MUSEOTEO + 1990-2020

MUSEO TEO ART FANZINE

1991-2021

SORTILEGIO

Sabato 11 dicembre 2021 Museoteo+ aderisce alla diciassettesima edizione della Giornata del Contemporaneo, promossa da AMACI - Associazione dei Musei d’Arte Contemporanea Italiani.
La manifestazione, che avrà un formato ibrido per favorire la partecipazione con proposte online e offline, ha come fil rouge il tema del performativo in riferimento non solo all’esperienza della corporeità del performer sulla scena, ma soprattutto all’urgenza di ripensare nuove dinamiche di interazione con il pubblico attraverso la condivisione dello spazio. Il tema del “performativo” è stato individuato per la sua capacità di essere catalizzatore e attivatore di relazioni e azioni che possono generare nuove forme di coinvolgimento.
L’evento organizzato per la GDC è occasione per celebrare i trent’anni della nostra storia: il trentesimo anniversario dell’associazione culturale Museoteo+ cadeva nel 2020, ma abbiamo potuto festeggiare solo poche ore al Giardino Condiviso di Via Scaldasole in un gelido sabato di fine settembre. Cerchiamo di farlo oggi in occasione dei trent’anni dalla pubblicazione del primo numero di Museo Teo Art Fanzine. 
Negli ultimi anni abbiamo sperimentato una forma di interazione performativa con il pubblico, una esperienza di pubblica lettura che abbiamo denominato SORTILEGIO: lo spettatore è invitato a estrarre a sorte un bigliettino e a leggerne a voce alta il contenuto. In varie occasioni la sorte si è trasformata in un vero e proprio sortilegio, offrendo al lettore squarci della propria vita o comunque creando situazioni paradossali. 
Il pubblico, in presenza, sarà invitato a estrarre a sorte un biglietto contenente un breve testo estrapolato dalla rivista Museo Teo Art Fanzine pubblicata in occasione del trentennale.  E a leggerlo, ovviamente.
Il pubblico in remoto avrà la possibilità di scegliere tra alcuni testi messi a disposizione sul sito e inviare la registrazione via email o via WhatsApp
Verrà inoltre presentato il progetto ANAMORFOSI DEL PRESENTE.
Ci sarà qualche cosa da vedere oltre alla rivista e alla performance di pubblica lettura?
Sicuramente sì.

 

1   La Tosi è una signora del centro, oggi indossa una gonnellina di Prada con un orlo di pizzo. La Tosi: “Abito in città, nel cuore della città, sono fortunata, non ho il problema costante del pericolo dello straniero. Gli stranieri che vivono nella mia zona sono ricchi inseriti (qualche indiano, giapponese, tedesco o americano) o turisti di passaggio, perché anche la mia città da qualche anno è diventata meta di turismo, il più delle volte nordico (francese, tedesco) o giapponese, tutti con la mappa in mano, abiti e scarpe comode. Li riconosci al volo anche senza la mappa, come riconosci al volo un italiano all’estero.          NMA                                                                                                                                                                                       
 Intorno alla mia casa la gente veste con un certo stile, c’è qualche stravaganza, ma si tratta di originalità elegante o casual costoso.  Insomma quando qualcuno di passaggio porta un abito “diverso”, te ne accorgi subito. Siamo in giugno, è raro veder passare un uomo in calzoni corti e ciabatte, come ce ne sono nella limitrofa via commerciale o in piazza del duomo.  (Le “catene” di negozi servono a creare delle zone franche all’interno della zona).                                                                                                     NMA

3   L’abitudine al decoro, alla sobrietà, ti fa notare al volo le differenze. Essere abituati a certi modi di vestire abitua l’occhio a osservare meglio ciò che esce dal solito.  L’abitudine a usare certi abiti è abitudine ad essere circondati da persone che usano certi abiti. (Segno distintivo, confine tra te-noi e gli altri-loro. Tra il dentro (la zona) e il fuori (la zona). Viene in mente Zanzotto “oltraggio, oltranza, oltre il limite”, oltraggio al pudore).     NMA                                                                                                                       

4    L’abitabilità che offre la mia zona è sicuramente gradevole, si passeggia volentieri, il supermercato non è troppo vicino, ma è meglio così. Tutto è a portata di mano, l’edicola, la libreria, il museo, il mercato, il cinema, la farmacia, persino il pronto soccorso. (Un confine solo percettivo ma ben evidenziato delimita l’area, la distingue).
Già, alla fine l’abitare nella mia zona rende abitabile anche la mia città.                                                                                               NMA

5   Non è molto ciò che inaspettatamente si scopriva a guardare: sempre la stessa cosa da anni, da che passava per quella via tornando a casa: una collezione di automobili usate una accanto all'altra dalle carrozzerie colorate ormai in sfacelo, una sfilata di assi di legno messe ad essiccare prima di venir usate e poi, cosa più strana che vera in quel contesto periferico, una casa dalle finestre con persiane, e sopra la porta una scritta TRATTORIA, e davanti un cavalletto col prezzo del menù fisso e un tavolo rotondo che sfoggia, dalla primavera all'autunno, un fiasco di vino, di quelli con la pancia grossa e impagliati, lì forse per testimoniare il proprio diritto di esistere, e che il mondo esiste, e che lì dentro si può bere davvero, nonostante tutto - sempre a pagamento s'intende.                                                                                                                                                                                                             RSAL

6    Non che non gli sia mai sfiorato il desiderio di scendere dall'autobus e cominciare a guardare le cose con più calma, senza tanta fretta. Ma la via, ho detto, è quella che conduce a casa, ed è difficile starne lontani più a lungo; e comunque il suo punto di osservazione non è poi tanto male: lascia sempre in bocca quel sapore di attesa, di un appuntamento dato alle cose che si scioglie in un secondo e poi via, torna ad essere attesa dell'indomani (come gli incontri che ormai era solito avere con conoscenti, amici, giovani donne: tutti consumati in un unico saluto). E poi c'è la paura di veder cambiare il proprio punto di vista, così soprelevato rispetto a chi cammina - quella posizione che lui amava semplificare con un'immagine non più rivista da tanto tempo, ma che era diventata un chiodo fisso nella sua testa: quella di un muro di cinta intonacato di una vecchia casa lombarda che si interrompe all'altezza dell'occhio e sopra il quale non si vede che il cielo: c'era quell'idea del limite, del pieno e del vuoto, difficile da spiegare.
  RSAL

7   Occorre aggiungerci dell'immaginazione. Quanta serve per colmare la fretta delle immagini e dar forma a macchie bianche e rosse che costellano di presenze gli spazi aperti sulla strada: grandi vasi di terracotta, una statua di donna tutta in pietra, un discobolo in gesso tutto bianco che aspettano chissà cosa: gli stessi oggetti, con la stessa aria di fuori luogo, che aveva visto nei giardini di fronte alla villetta di un amico, in uno di quei paesi distribuiti ai lati di una strada principale, dove le case sono cadute e sono state abbandonate - gli piaceva immaginare questo volo migratorio - prima di essere arrivato a destinazione (forse, chissà, una città che sarebbe stata perfetta, anche se l'aspetto delle case poco fa sperare.                                                                          RSAL

8    Grandi banchi di cioccolata, vassoi di caramelle e odori di formaggi sono solo un sogno intriso nelle gocce di nebbia dell'inverno padano che filtra gelido ogni volta che le porte dell'autobus si aprono per lasciar scendere qualcuno. "Persone che diventeranno nebbia, o peggio, oggetti raggiunti dall'insicurezza di trovare un proprio luogo. Eppure, talvolta, è la vista di una persona che fa cambiare tutto il paesaggio, che può far venire in mente l'idea di una gioia possibile".                                                                      RSAL

9   Apriva gli occhi ogni tre giorni e solo per mezz’ora. Con gli occhi aperti iniziava a parlare, girato verso il muro, seduto in balcone, oppure camminando per casa cercando le scarpe.
Una volta disse: Per molte sere a mezzanotte e dopo io spegnevo il televisore e andavo nel letto e nel letto disteso e coperto ho costruito elicotteri e voli senza motore. A volte erano altra cosa, ruote o biciclette leggere di soli pedali, rampichelli di collina che si può leggere un giornale o fumare un pezzo di sigaretta. Una di queste volte ho costruito una donna e l’ho sposata per un anno – per quasi un anno –, perché a dieci mesi non è più arrivata.                                                                                                          SZASS

10   Una notte ho spento il televisore e dentro il letto avevo costruito una strada lunga venti ore di cammino a passeggiata con andatura moderatamente frettolosa, io solo a camminare. Ma vi incontravo qualcuno. Ho incontrato Anja, donna serba e croata, la mia più lunga storia d’amore. Aveva capelli lunghi trentaquattro centimetri ma poi li ha tagliati. Molte donne fanno così. Si mettono la giacca e con la cravatta stanno bene, seppure sotto c’è la camicia con fiori e rossetto molto rosso. Non va bene se la giacca è di pelle, a me non va bene. Fortuna che Anja aveva solo una canottiera leggera, non so se bianca o blu, e la gonna anch’essa leggera e le scarpe due ciabattine d’estate.                                                                                                                                   SZASS

11   Ed era estate, fine del mese di luglio, alle sette di sera, venti giorni che non pioveva, la strada in pianura e d’asfalto vecchio, nessuna automobile, io guidavo la motoretta sereno e ho visto Anja duecentoventisette metri davanti a me che aveva appena girato la curva. Un passaggio. Con la mano mi fece così. Mi dai un passaggio? Anch’io vado dove vai tu, anzi mi fermo prima. SZASS

12   A dire il vero, duecentodiciotto metri prima d’incontrare Anja avevo visto un’altra cosa, un pallone che si gonfiava di colore molto bruno e molto scuro, e si gonfiava più largo della strada, alto quanto due, cinque e dodici camion, eppure leggero e trasparente e senza capire ero andato dentro quel pallone già sulle alte nuvole. Ma poi niente. Arrivai e fermai da Anja serba e croata. Aveva caldo, si capiva. Siediti dietro che l’aria ti rinfresca. Partimmo.                                                                                     SZASS

13  “Ahi vita mia!  – raccontava Anja urlandomi all’orecchio –. Ahi la vita! Te lo dico. Negli anni della guerra del mare ero più leggera di una birra e avevo tre occhi, il primo, il secondo e un altro che vedeva tutto. Ero giovane più giovane dell’acqua, avevo un cuore più cuore della spugna, bevuto come il vino e lanciato come un bastone. Anche allora ero una donna: capelli da bambina e gambette storte, gambette lunghe, vestito in fiori, scarpette verdi, oppure rosa, a volte nere, un naso come le labbra e sopra il petto le montagne. Ma vedevo che tutto finiva dentro una tazza sporca di latte vecchio, latte di un animale con la lingua piccola. Ho visto che una tosse, o forse starnuto come una risata non faceva ascoltare l’anima della terra, intendo dire della terra che si trova in campagna, sotto il sole, sotto gli alberi, sotto le scarpe. Ho visto che una ragazza più grande di me correva col vestito sporco e quattro denti le mancavano. Ho seguito un razzo.                                                                                                                    SZASS

14   Negli anni della guerra del mare si parlava che sarebbe arrivato un elefante, e ora è un mondo di morte. Lo vedo ogni giorno. Un mondo che si prende e si butta nella fossa di fuoco e si gira e fa la bocca brutta, dentacci, gengive, lingua scura, e tutti gli dicono che è brutto e folle come ogni cosa che si chiama merda. Mondo di morte. Mondo che gli piace esser fermo perché s’addormenta. L’avevo detto: si ha paura della vita, non della morte, perché la morte è una coperta che poi ti ricordi più niente e non bevi il latte e nemmeno l’acqua sporca oppure mangi la carne che si sputa”.                                                                                                         SZASS

15   Ancora alla fine degli anni Settanta in via San Maurilio c’era una macelleria kasher, lo intuivo soltanto dagli abiti dei clienti, rigorosamente neri con un cappello importante, altrettanto nero. Ho capito poco dopo che erano ebrei ortodossi. Strani anche i macellai e l’interno della bottega, che da fuori (non ho mai osato entrare...) sembrava spoglio e con pochi pezzi di carne schahtata, da animale sgozzato secondo il rituale. Vedevo soltanto i quarti di bue ancora da tagliare che arrivavano in bottega con un furgone, chissà da dove. Le macellerie erano tante, almeno una per ogni rione, da qualche anno se ne vedono sempre meno, la carne ora si compra ben confezionata e plastificata al supermercato.                                                                                                              NMBDM

16   «È facile farsi un'idea sbagliata di Bruxelles. La si immagina come una città di tecnocrati (...) e si dà per scontato che sia nuova, costruita, o perlomeno sviluppata espressamente per quello. Invece, Bruxelles è antica, una particolare antichità europea che si manifesta nella pietra e che pervade le case e i quartieri. (...) Ha i suoi vantaggi: per prima cosa la gente non bada al colore della pelle come in America».                                                                                                                                                                                      TCCA

17   Bruxelles non è solo una città molto bella, ma è anche un luogo dove è piacevole stare: basta evitare la Grand Place e le vie limitrofe.  Il clima non è propriamente favorevole e quindi gli abitanti di Bruxelles quando c'è un po' di sole si riversano nelle strade e nelle piazze, nei parchi e nei caffè all'aperto. Contrariamente a quanto dicono i francesi, i belgi che ho incontrato sono intelligenti e simpatici: il melting pot ha dato i suoi frutti e ci sono in giro persone molto belle. Piazze pedonali in varie zone della città, tantissimi locali e ristoranti e strana gente come il pittore di paesaggi con il suo carretto in Place Ste-Catherine.  Inutile dire che le auto si fermano ai passaggi pedonali, che le biciclette possono andare contromano nei sensi unici e che l'attenzione alla comunicazione e alla grafica è testimoniata sia dal lavoro del pittore di insegne che in situazioni come l'Hotel Pantone.            GBB

18 Bruxelles viene descritta come la nuova capitale dell'arte contemporanea, che starebbe scalzando il ruolo di Berlino. Cominciamo l'analisi del sistema museale con i Musées Royaux de Beaux Arts: la struttura e l'allestimento non sono il massimo, ma la sola sala dedicata ai Bruegel vale il viaggio, a prescindere da cozze e cioccolato. Le Tentazioni di Sant'Antonio di Bosch e il Marat di David completano il quadro.
Parte integrante dei Musei Reali è anche il Musée Magritte: il custode che manovra l'ascensore che vi porta all'ultimo piano - da cui inizia la visita - attira la vostra attenzione su di un piccolo quadro che rappresenta dei piedi. Man mano che l'ascensore sale si visualizzano le altre parti del corpo nudo di una donna, dal sesso al seno, al viso che compare all'uscita; ed è allora che il custode vi presenta Georgette, la moglie di René.                                                                                                                                                         GBB

19   Bruxelles. E d'improvviso una domenica pomeriggio, in una piccola piazza che ospita una meravigliosa scultura di Wim Delvoye scoprire che è in corso di svolgimento un Techno Party, con le famiglie anche di immigrati che fanno pic-nic, i poliziotti che si bevono una birra/free-drink mentre aleggia nella piazza uno strano e piacevole profumo.        GBB                                                     

20   Johannesburg, 15/12/76
La città è la più estesa che abbia mai visto: i quartieri sono molto differenziati a seconda dell'utenza. Attraverso col treno, su un binario sopraelevato, chilometri e chilometri di "location". Piccole baracche raffazzonate in un dedalo di vicoli fangosi: molte sono senza gabinetti, senza acqua, ma una gran distesa di antenne TV copre i tetti…                                                                                CGCD
 
21    Il Cairo, 10/5/80
Città assurda in decomposizione, gente che vive nei cimiteri, sporco, case semidistrutte, edifici non ancora finiti e già in sfacelo, palazzi senza rivestimenti, pezzi di cornicione cadono dalla moschea, traffico, suoni eccessivi di clacson, madri che spulciano bambini, autobus stracarichi, macchine sfasciate con rivestimenti di pelo all'interno…                                                                   CGCD

22   Parigi, 5/10/82
Stamattina sono partita da Noisy le Grand con Gilles, molto presto, con un autobus pieno di pendolari, che, come lui, vanno a prendere la RER per andare a lavorare. La mia meta turistica era la Défense, esattamente il capolinea opposto, una lunga traversata che è durata più di un'ora.  Gilles è sceso quasi subito e io ho cominciato il mio viaggio solitario.  Alle prime fermate salivano e scendevano molti operai che si spostano ogni mattina dai grandi "ensemble" periferici dove vivono ad altre periferie dove producono.  Poi, a poco a poco, inoltrandosi nella zona nord della città, la folla diminuisce; alcuni studenti scendono.  Le fermate del metro di Parigi sono fatte a immagine e somiglianza del quartiere sovrastante: più ci si sposta verso il centro più si fanno elaborate, preziose. Le piastrelle bianche con i bordi blu lasciano il posto a marmi e decorazioni in gesso. Al Louvre compaiono vetrine, riproduzioni di opere, signore eleganti. Un gran movimento di uomini in giacca e cravatta, perentoriamente forniti di valigetta ventiquattrore, mi fanno capire che sono arrivata…                                                                                                                 CGCD

23    Milano, 21/9/95
Omaggio a Perec.  Mi ricordo quando tutti i vestiti erano blu e marrone.  Mi ricordo gli spettacoli dei pupi siciliani prima di Natale al Teatro dell'Arte.  Mi ricordo un signore calvo e un po' sdentato che aiutava sempre mia zia Carolina quando andava a fare la spesa al "carro", uno dei piccoli mercati ortofrutticoli su camion.  Mi ricordo che si andava alla ditta Besana a comprare le brioche e i craker malriusciti fuori città, in via Lorenteggio. La novità del quartiere Zingone. Mi ricordo le michette. Mi ricordo il cinema Obraz. Mi ricordo le forme e le variazioni luminose di Brian Eno su musiche di Philiph Glass nell'ex chiesa sconsacrata di piazza Formentini. Mi ricordo che gli autobus si chiamavano con una lettera, cosa che poi valse loro l'articolo femminile, pur essendo l'autobus maschile (la N divenne la 60).                                                                                                                                                         CGCD

24   A un certo punto della mia vita (che è relativamente piena di certi punti) non per rigore ideologico o salutista, o forse inconsciamente per entrambi, o più che altro per esperienza, ho cominciato ad aborrire la carne: quella animale da ingurgitare, non quella femminile da accarezzare.  Parlare del mio rapporto con il cibo nel mondo vuole dire anche parlare di un modo di essere nel senso più profondo: in fondo perché il porco è immondo e la vacca sacra se non come norma salutare e naturale per evitare di stare male? E poi se la mucca è pazza? E poi ancora tolontolon, chi si mangerebbe la Mucca Carolina o i Tre Porcellini? In fondo anche Ezechiele non lo farebbe mai.                                                                                                                                                  GBCACM

25   Se dovessi consigliare a qualcuno dove mangiare a Milano mi troverei talmente in crisi che non troverei niente di meglio che invitarlo a casa mia, vuoi perché è accogliente, vuoi perché in realtà si mangia bene, con le dovute cautele si intende; quando abitavo vicino a piazza del Duomo la mia casa era come un ristorante ("passavo proprio di qui e ho pensato che mi offrivi un caffè" diceva uno mentre un altro arrivava proprio alle otto di sera e così via). Certo ci sono posti dove la situazione è ancora più accogliente e penso a quando Carolina ha fatto centocinquanta sushi per nonsoquanta gente; o momenti di vero piacere, tipo quella volta tanti anni fa che Michiyo era tornata da Tokyo con la sua scatola di unaghi. Quella sì che era stata una vera sorpresa.                                                                                             
           GBCACM
26   Ricordo un pomeriggio di Natale a Lisbona passato a fare gnocchi. Dopo una mattina a Belem e poi la sera a mangiarli dopo un aperitivo alla Graça. Ricordo un Natale a Tokyo a casa di Hiro Nakano, che mi ha fatto assaggiare non so più quante qualità di sakè; o le cene sull'isola di Miyakejima, dove ho trovato in tavola, appena affettati, i pesci colorati che avevo visto poco prima nuotare attorno a me.                                                                                                                                                                              GBCACM

27   E potrei fare come Perec e dire ancora mi ricordo quel ristorante giapponese a San Francisco – dove le sere di agosto accendono il termosifone per il freddo che fa – o ancora il mio primo giorno a Tokyo a cercare di decifrare le cose strane che offriva l’uomo del carretto al tempiolino, di Hanoi le tovaglie inimmaginabili, il lusso di Maxim a Saigon che non regge minimamente il confronto con Tin Nghia buddista vegetariano, impossibile trovare un posto il sabato sera a Parma perché tutto pieno e la domenica a mezzogiorno perché tutto chiuso, o una gigantesca bouillabaisse a Calvi, e il cus-cus nel deserto nella capanna di Zouatallaz, buono davvero e non per suggestione (però il cagotto l’ho preso eccome), e poi Genova farinata polpo Caricamento, Imbiss Savigny Platz, Imbiss Prenzlauer Berg, Venezia Mascaron, Anzolo Rafaele, Bissa...                                                                                               GBCACM
28   Soprattutto in quelle rare giornate limpide in cui un'aria leggera spazza cielo e case, mi capita di attraversare Milano sul filo della memoria. Il mio camioncino viene portato da un autista fantasma, mentre io perdo la dimensione spazio-tempo e l'ora diventa l'allora in uno scambio vivo e confuso. Porta Vittoria: di qui si va al Berchet; facce e figure si affollano, emozioni, primi amori. "Ti ricordi Antonio… e Claudio... e quel giorno che... e dovevo essere interrogata in scienze e… non avevo studiato niente e… avevo passato la notte con gli occhi sbarrati a rivivere l'emozione... poi è arrivata l'insegnante con un vassoio pieno di ossa ed un bel cranio sopra... e io sono scoppiata in un pianto irrefrenabile tra le braccia della mia amica del cuore, mentre la professoressa diceva: "Che ragazza sensibile…" risparmiandomi commossa l'interrogazione sul corpo umano…                                                  SCML

29   «Solo me ne vo per la città…» le parole di questa antica canzone mi risuonano nella mente, mentre i miei piedi continuano ad inseguirsi…  I sanpietrini rumoreggiano sotto i miei tacchi, nonostante il rombo del traffico. 
Stamattina ho voglia di respirare e di farmi vestire dalla gente …no, non è questa la mia città, o, per lo meno, la mia città natale…  Quando ho letto per la prima volta Le città invisibili di Calvino ho pensato fosse un libro di poesie. Ma si può scrivere una poesia per una città? Quale luogo è più non-luogo? Quale maggiore straniamento, isolamento, tristezza?  Luogo, TOPOS dell’anima… Urbs, civitas… la differenza sta nel significato: case, strade, tortuose direzioni o diritte volute di vicoli. Poi c’è la gente. Colorata, allegra, scontrosa, cortese, fredda… fredda. Spersa, immersa. IMMENSA.                                                                                          LPCM     
 
30 «Nascondete la luna, nascondetela, se ci riuscite» scriveva Alfonso Gatto. «Milano si illumina di sera, nell’interno delle sue case ha il vigile tepore dove si parla piano».  In un «agitato e pittoresco» albergo in via Durini a Milano, dove alloggiava anche De Pisis, Gatto disegnava su un tavolino trasportato accanto al lavabo, visto che usava gli acquerelli. E faceva le sue «parole dipinte: cieli, barche, frutta, fiori, la festa degli occhi…».                                                                                                                                                LPCM

31   Certo, le cavallette si possono mangiare, ma ne avevi sempre la bocca piena anche quando non lo volevi: ti sollevavano il labbro superiore con le zampette e il solletico ti faceva aprire i denti. Tanto lo sapevano che non le avresti mai mangiate, e il loro posto preferito era proprio sotto la lingua: facevano salivare molto e ti ritrovavi a sputare continuamente una bava marroncina. Sì, perché le cavallette, per chi non lo sapesse, stingono.                                                                                                                         GBCF

32   Ce n'erano di grandi, grandissime, piccole e piccolissime, anche medie. Tutte curiose. Qualcuno aveva provato a prenderla con un sorriso, e aveva messo in vendita marmellate con formiche rosse, con formiche nere, grandi o piccole: ma loro no, loro non l'avevano presa bene, perché volevano essere sempre loro a decidere. Anche quale di loro dovevi mangiare, e quando, e dove. Quale di loro ti sarebbe scesa fino in fondo all'anima.                                                                                                                              GBCF
 
33  In Giappone se escludiamo alcune aree, non esiste una toponomastica di facile comprensione e tanto meno un comodo numero civico. Le case hanno una numerazione che è legata all’anno di posa del fabbricato quindi non sequenziale. Spesso le indicazioni sono date come rebus inesplicabili da risolvere: la seconda abitazione sulla sinistra girato a destra dopo il tempio di Kyomizu e ancora a destra nei pressi dalla casa rossa con una grande veranda prospiciente e un albero di ginko dal lato opposto della via. Semplice no? I posti di polizia aiutano a trovare gli indirizzi, ma spesso due o tre agenti, dopo aver litigato tra di loro sopra una mappa incomprensibile, allargano le braccia e, con infinite scuse, si arrendono all’evidenza. La casa di Shiro san non esiste o se esiste non è lì.   EFDLDS

34 Si alzò, guardò alla finestra il cielo grigio, il prato verde, le case. Una nuvola azzurrina gli sorrideva. Sorridere? Come può sorridere una nuvola? Si voltò, la stanza nel pomeriggio, poca luce, qualche giornale sul letto. Il telefono, il telefono sì. Viaggia veloce la tua voce. Solo una voce giovane, rispose calma, lui si sforzò di sorridere, riflesso nel vetro. Da tanto tempo non sentiva quella voce. Si sedette, si sedette e scrisse. Con la testa appoggiata alla mano e la musica che continuava.   TTDS

35   Le prime luci fuori piovono sulla strada. Il cielo grigio, il prato verde, le case. Si alzò per guardare alla finestra, nel cielo una nuvola azzurrina sembrava gli sorridesse. Come se una nuvola potesse sorridere. La stanza nella sera, la luce gialla, alcune fotografie ritagliate. Il telefono non squilla. Parlò calmo da solo, cantò piano, la musica sorrideva nel vetro.  TTDS

36   La tua fotografia è là sopra, incastrata nella cornice dello specchio, la prendo tra le mani. La sento, esiste. Ma la tua pelle non è liscia come un foglio di carta, e il tuo odore non è quello della fotografia. Nel ricordo sento il tuo odore e la tua voce, ma la tua fotografia non parla. Posso prenderla tra le mani e strapparla...    TTDS

37 Conditiosinequanon: lei doveva svegliarsi senza svegliarlo.
Il viso di Arianna si avvicina agli organi genitali di lui. Ne sente l'odore. È un odore caldo, molto caldo. Ad Arianna piace molto. La eccita. Più ama un uomo, più quell'odore la eccita. Gli bacia i testicoli. Piano. Dolcemente. Gustandone il sapore con la lingua. Piano. Molto piano, perché Umberto non si deve svegliare. Le sue labbra incominciano a muoversi di più. Si strusciano, stringono, scivolano. Le sue labbra lo assaporano. Umberto ha incominciato a sentirla. La sente, eccome. Arianna, allora, decide di non dargli tregua. Aumenta il ritmo, mantenendolo irregolare. Arianna sa tutto quello che sta succedendo dall'altra parte del letto. Umberto è all'apice. Umbertoèall'apiceUmbertoèall'apiceUmbertoèall'apiceUmbertoèall'apice! Umberto si è svegliato.   VMU
 
38 Desiderio di cosa? Desiderio di un uomo? Desiderio di amore? Desiderio di intimo calore? Desiderio di quella cosa bellissima, avuta e assaporata solo una volta. Un uomo da amare o un uomo con cui stare? Il mio cervello vuole un uomo con cui stare. La mia pancia vuole un uomo da amare. Il mio cervello non vede nessuno con cui vuol stare. Il mio cervello non ha mai visto nessuno con cui volesse stare. La mia pancia non vede bene nessuno, forse intravede una sagoma. La mia pancia ha più peso perché è più generosa, più disponibile, più bisognosa del mio cervello. Il mio cervello va dritto per la sua strada, sicuro e tranquillo. Si ferma solo se vede la semi-perfezione fatta Uomo. Quindi non si ferma mai. Il mio cervello è il mio Super-Io. Il mio Super-Super-Io. Alle volte però il mio cervello si fà fregare facilmente dalla mia pancia: la pancia dà un colpo al cervello, il cervello stramazza e nasce l'amore. VMCVP

39   Regalo riciclato benvenuto e come. Esempio, un giorno una studentessa, una signora sulla sessantina dopo la lezione mi volle dare in regalo un orologio sveglia, tipo soprammobile, molto pacchiano e ingombrante.  Lì per lì ho ringraziato accettandolo per non deluderla, ma lo shock culturale fu quando mi disse: «Non l’ho comprato, l’ho ricevuto a mia volta in regalo, eh!»  Me ne tornai a casa con questo enigma.
Dopo un po’ di tempo, grazie a conversazioni con altri stranieri cinesi ho capito finalmente l’enigma. La signora quando mi ha dato il regalo, precisando che era “riciclato” era per dirmi che non c’era bisogno di ricambiare.   LSEVG

40...come spiegare questo lenzuolo che vola al vento nel mio cortile che voglio fotografare dove c'è il gatto che piace molto al mio cane tutto bagnato lampo come un lampone e la ciliegina della donna che esce dalla torta non fa pensare alla sua "sissolina" come diceva mia nonna nel suo dialetto fornese bombardato il cotonificio con i canali di sassi gelidi e quanti girini che me li portavo a casa dentro lo scatolino del rullino tutto a buchi come le braccia di un tossico che il bonzo che fa la rapina dentro al furgone quante televisioni il tubo catodico è saltato in aria solo una striscia di luce bianca e la bambola e un lampo e LIUCK che abbaia LIU ci cappa come dice mio fratello e le sue mutande sono in candeggina e ci immergono i serpenti nell'alcool come i rosa elefanti allucinazioni dell'unione Sovietica Stalingrado...
Stupida? È poco di molto.   IVF

41 gentile signor Blume,
 ho rinvenuto nel mio polveroso archivio alcuni fogli sparsi da lei scritti nel secolo scorso.
 Poiché non mi è chiara la sua poetica le chiederei di illustrarmene i punti fondamentali, specificando se l'ingresso nel nuovo millennio ha causato qualche modifica al suo operare.
 grazie. 
Il suo polveroso archivio sarà sicuramente più in ordine della mia polverosa stanza. La polvere sulle cose è stata la mia ossessione e la mia passione, forse anche imprevista ispiratrice.
 I fogli che lei ha ritrovato non sono tutti, tutti gli altri mi sono caduti e faticoso mi è ritrovarli. Ne ho scritti ventimila, o ventimila ne ho sognati, o ventimila ne scriverò da qui all'ultimo giorno. Oppure ventimila è solo una cifra che piace, e quindi ora inizio a scrivere i rimanenti diciannovemilanovecentosessanta.
 Infatti, i miei quaranta fogli di appunti -- [fine della prima risposta]    SZGSB

42 È strano come ti arrivano dritti in faccia, i fari delle macchine, quando sbuchi all'aperto dalle scale del metro e piove. La solita Milano: riunioni, semafori, libri non letti parcheggiati sul tavolo, strati di nuove esperienze che si accumulano di continuo sopra quelle vecchie, ragazzine che girano in minigonna e calze nere ancora prima di avere le tette, e la vita che fai ti impedisce di fare un mucchio di altre cose, e il cielo è stato grigio piombo tutta la giornata anche se in teoria è ancora estate, e all'ora dell'aperitivo si mette a piovere e tira vento, e tu sei vestito leggero.   LGHH

43    È un martedì sera, un giorno qualunque che più qualunque non si potrebbe, e tu sei in piedi al banco del Magenta a sorseggiare bianco spruzzato mangiucchiando tartine pane-e-salsa-mista, e saranno le ottoemmezza, quell'ora cretina in cui la gente o è a cena o ci sta andando, e comunque non potresti chiamare nessuno, e prendi un'altra oliva con lo stecchino, e all'improvviso ti viene in mente che lei ti ha lasciato un messaggio sulla segreteria invitandoti a casa sua per un "piccolo drink", così ha detto, e ti rendi conto che lei è l'unica che ti solletica in qualche modo un interesse e non solo un desiderio, e t'accorgi che te ne stavi lì a guardare il vuoto e il bancone di stagno segnato dagli anni e le vetratine liberty sopra le mensole delle bottiglie - il più bel bar della città, pensavi - e che di lei e del suo invito, che era forse la cosa che più potevi desiderare, te ne eri completamente dimenticato. LGHH

44 Un italiano non può nemmeno immaginare di prendere una coincidenza con uno scarto di soli sei minuti. Stesso binario, nessuna corsa affannosa con valige. Si scende da uno Shinkansen, si individua l’area dove tutte le carrozze numero 12 di tutti i treni che si susseguono con orari uguali da anni si fermano, ci si siede su comodi e pulitissimi sedili, si aspettano i sei minuti. In realtà il treno arriva dopo soli tre minuti. Una fila indiana di addette alle pulizie vestite tutte con vestaglia da lavoro rosa e cappellino con visiera per raccogliere i capelli, ha già percorso il marciapiede e ognuna di loro è già posizionata davanti alla porta assegnatale, una per ogni vagone. Ognuna sale, pulisce il vagone e scende dall’altra porta dopo precisamente due minuti e, rigorosamente in fila indiana (o fila giapponese?), come erano arrivate si ritirano, probabilmente in un apposito locale, in attesa del prossimo treno lasciando libero l’accesso ai passeggeri. E puntualmente dopo sei minuti il treno parte.   CGIG

45. Qualche anno fa, nel '98 credo, mi venne in mente di affidare la personale di una mia artista ad un critico - donna. Lei venne il giorno prima dell'inaugurazione. Sollevò il piede sinistro per indicare che l'oggetto collocato sul pavimento andava spostato leggermente a sinistra.  Poi sollevò il braccio destro per suggerire che la fotografia appesa alla parete era meglio che fosse spostata un po' più in alto, di due o tre centimetri. Mi chiese tre milioni delle vecchie lire. Però te la sei cavata ancora con poco! - mi disse un amico collezionista.    Vaffanculo!   LIPLMPUC




46 Ladri si nasce: Jean Genet.
A Sabrina ho rubato il marito.
A Ottavio ho rubato il padre.
A Vincenzo ho rubato il fratello.
A Ugo ho rubato il socio.
A Guglielma ho rubato il nonno.
A Caterina ho rubato il fidanzato.
A Nicola ho rubato il cognato.
A Michela ho rubato lo zio.
A Marcello ho rubato l'amico.


A Martina ho rubato il secondo marito.


A Luisa ho rubato il cugino.
A Rita ho rubato il suocero.
A Carmelo ho rubato il padrino.
A Virginia ho rubato il marito.
A Francesco ho rubato lo zio...
LIPLMPUC





 47 "Rick Rickenharp stava appoggiato contro il muro sud del Semiconductor, lasciando che i bagliori e il frastuono del club scorressero sopra di lui mentre scriveva mentalmente una canzone. La canzone diceva più o meno - lampo accecante, rumore abbagliante / nostalgia della sedia elettrificante -. Poi pensò che era una fottuta perdita di tempo”.  JSF

48 Ricci, spirali, curve, ellissi, cerchi, roteazioni, ondeggiamenti. Negli ultimi quindici anni ho dato un taglio al percorso lineare ed il nastro si è arricciato.  Sono salita a bordo del volo Ginevra-Londra per iniziare un viaggio perpetuo nel paese dei cieli mutanti. Quassù tutto è in balia del vento. Le nuvole si lasciano trascinare veloci causando sbalzi di temperatura che confondono le idee. Abiti, capelli, lettere, parole sguardi, tutto corre, litiga e sfugge per andare ad incastrarsi in angoli umidi di case vittoriane. Il vento scompone la routine del quotidiano, ruba le identità. Ogni cosa arriva e se ne va velocemente. L’ombra, la luce, anche le maree che costringono i bagnanti a rincorrere l’acqua avanti e indietro sulle spiagge che delimitano il paese.  AGL
 
49  I Bretoni non si scompongono, sono un popolo tenuto assieme da una rete a maglie larghe da cui entrano ed escono quotidianamente centinaia di culture differenti. Ondeggiano nelle loro conchiglie calcificate dal tempo, assaporano correnti ocra d’oriente, profumi di curry e lemongrass. Parlano una lingua che tutti vogliono imparare con un accento che nessuno riesce ad imitare. Sono protetti da uno strato ipodermico che li ripara dal freddo e conferisce loro un pallore fluorescente, inconfondibile.  Chi finisce nella loro rete dimentica di essere stato catturato; rimane prigioniero della libertà di essere chiunque cercando di non diventare una persona qualunque.  AGL

50 Fu nel momento in cui mi accorsi di avere pestato la cacca di un cane che sentii il crash di una lamiera contro un fanalino anteriore. E mentre imprecavo contro chi ci lascia questi ricordi della sua noncuranza nel pascolare i propri animali domestici sui marciapiedi del quartiere, come se non bastasse, iniziò a piovere a dirotto.   TTMQ


51 Giù, nella metropolitana, soffro il caldo e la noia. In compagnia di ventisette estranei sudati, (molto rumore, odori caldi e un traffico di sguardi).
Le umide macchie delle ascelle, comprese in un intervallo cromatico che dalla vivacità delle tinte nuove muove fino alla rassegnazione del "tu sbagli candeggio" configurano peripli incontaminati sconosciuti. Tuttavia itinerario di scoperte ed esplorazioni per soli amanti.  GGM

52 Mi guardi, io ti guardo, tu non mi guardi, io ancora sto aspettando, adesso mi alzo, scendo, e non ti guardo più. E le fermate seguono l'andamento di un appello scolastico (molto rumore, odori caldi e un traffico di sguardi).
L'onda di una frenata brusca attraversa senza conseguenze corpi in attesa momentaneamente dimenticati. All'unisono ondeggiano in avanti, si arrestano e repentinamente ritornano in posizione. Mollemente eleganti somigliano ad alghe.   GGM

53 Attraversare la città da parte a parte è come seguire una retta, sprofondati in una sospensione temporale al color del neon.
La novità degli ultimi arrivi anima la curiosità del viaggiatore fino a quando, in prossimità del Centro, lo spazio del vagone s'ingolfa di presenze. Allora è la legge d'incompenetrabilità dei corpi a governare il malumore, in un crescendo di colpi proibiti. Gomitate, spinte, scatti tesi per il possesso di un posto a sedere.   GGM

54   Nelle file a quattro dei sedili, combinazioni più o meno fortunate di uomini e donne si alternano facendomi gioire, o disperare, nell'attesa remota di un mio personalissimo jackpot (molto rumore, odori caldi e un traffico di sguardi).
Anch'io mi alzo. Scendo dal vagone. E reciprocamente ci dimentichiamo.   GGM

55 Oggi il mare è nettamente diviso in tre fasce di colore digradanti: partendo dall'orizzonte c'è il blu profondo, poi, più vicino alla riva, una fascia turchese, e infine, proprio vicino alla riva, una fascia verdolino/azzurrina -forse è quel colore che chiamano acquamarina- che ci permette di capire perfettamente sia Dufy che Picasso.
La divisione tra le fasce, naturalmente, non è drastica; la linea di divisione è frastagliata, però la differenza di colore è sempre netta.  Poi, alla fine, c'è il bordino bianco delle onde che si frangono.  ENCD
56  La spiaggia si distingue in due fasce, quella grigia più scura perché umida, verso il mare; e quella più chiara, ma sempre grigia, e asciutta, verso la strada. I due grigi, al contrario delle fasce di azzurro, sfumano quasi perfettamente. Brulicando in modo omogeneo del rosa dei bagnanti.
Più da vicino, questo brulicare assume delle sembianze umane, di corpi unti o bagnati, vestiti o nudi, belli tutti, senza distinzione (belli e brutti), e non solo i seni ostentati senza pudore, ma con grande naturalezza e l'imbarazzo soltanto delle turiste giapponesi, e l'interesse soltanto di qualche vecchio o di qualche immigrato.
Verso sera, quando la luce è più intensa e le fasce di colore si sono andate confondendo, il vento spazza via tutto, anche il pensiero. ENCD

57 Notte più acqua e caffè. Racconto caduto per terra. Capitolo novantatré, alcune lettere di Enni.
11 Gennaio 1980.
Mio amato e caro amico, sono giorni che il freddo mi tormenta. I termosifoni sono spenti nella mia piccola casa, le finestre non tengono bene, Vivo coperta come un'esquimese. Al momento ho addosso quattro maglioni e due paia di calzoni, uno sopra l'altro; sotto una calzamaglia di lana e calze grosse ai piedi; un berrettone alla testa. Se sto ferma mi metto anche un cappotto. Dovresti vedermi. Pensa che a volte fumo una sigaretta dietro l'altra per tenermi caldo. Ma non deve essere solo colpa dei termosifoni o degli infissi. -Lo sai? Sono felice di infreddolire: ho pensieri di cristallo e sogni infinitamente chiari. Mi lavo solo con l'acqua fredda, fredda anche la doccia. E quando esco dal bagno tremo e tremo, chiusa nell'accappatoio o ficcata nel letto sotto le poche coperte che posseggo. Finché il corpo non si riscalda da sé. Ora ti saluto. Ti bacio. Non venirmi a trovare per almeno una settimana. Io sto bene. Ancora un bacio, forte.
Enni.    SZNAC

58 A San Pietroburgo, quando ci sono andata io, c’erano tante cose che non si trovavano. La prima esperienza diretta è stata con l’acqua minerale, non si usa bere acqua, tantomeno comprarla. Anche i ristoranti sono difficili da trovare; le insegne in cirillico da decifrare: ristorante, taverna, bar, osteria, insomma tanti i luoghi indicati ma impossibile memorizzare i termini che li indicano e poi non hanno vetrine, sono negli interni, entri in un portone, prendi un corridoio, sali una scala, attraversi una serie di stanze, scendi una scala e finalmente, se sei con gli amici russi, riesci a ordinare.  CGOUÈ

59  Olga, la sorella gemella di Tatiana, sa dove si può comprare il latte, non in tutti i mercati e solo in certi orari, ma è ancora improbabile trovare la carne. Comunque la ricerca comincia ancora prima. Bisogna trovare i contenitori per poter portare a casa la spesa… Una signora impietosita mi regala una bottiglia delle sue mentre sprovveduta sono in coda per la smetana, la panna acida. Cetrioli invece se ne trovano in abbondanza e si metteranno nella sporta, indispensabili per accompagnare i numerosi bicchieri di vodka. Negli orticelli delle dacie ogni famiglia operosa, quelle lavative che pensano solo a cantare e a ballare no, coltiva la sua piantagione; sembrano essere, assieme alle patate, l’unico alimento veramente accessibile. Vengono preparati secondo ricette casalinghe, ogni venditrice propone salamoie con aromi diversi aglio, aneto, cipolla venduti sul mercato in una fila di almeno trenta banchi: esclusivamente cetrioli.  CGOUÈ

60 Alla Pensione Macao di Cattolica trascorsi alcune vacanze all’epoca delle delle elementari. Si andava in settembre, costava meno. Ricordo le Olimpiadi di Roma: più che i duecentometri di Berruti i centometri di Harmin Hari e il «dieci netti!» sentenziato da un autorevole ospite, cronometro alla mano, forse un ufficiale di carriera di Legnano.  Ecco sono i miei primi ricordi di una pensione, due pasti al giorno, colazione col caffè surrogato, chissà se il latte era allungato. La domenica si poteva avere come extra il dolcissimo, oggi direi disgustoso, moscato di San Marino.
Sono tornato a Cattolica all’inizio degli anni novanta per visitare la mostra Anni Novanta nell’edificio a forma di sommergibile della ex colonia Le Navi. Quel lato della città era ancora desolato come un tempo. Il mare era marrone, ma non ricordo se lo fosse già trent’anni prima.  GBPM

61 Le teste di pesce mozzate e lì sul marciapiede che si muovono ancora. Sangue squame e lische nella poltiglia sulla strada, su di un cartone appena o un catino. Il primo posto non può che essere così… Il posto che scelgo non è del tutto improbabile, anche se il cuoco tratta tutto con le mani: ora sta dipanando una matassa di spaghetti.
Il profumo del brodo di pollo e il coriandolo fresco, ma che cosa ci fosse nella zuppa non saprei dire. Pezzi di fegato o più probabilmente cubetti di sangue, tubetti che possono essere vasi sanguigni di porco o forse interiora di pollo, testicoli affettati di qualche animale.  Buoni però i noodle di riso tra Il vapore e il fumo e i riflessi della strada.   GBPM

62 La sera mi attrae una sorta di acquario, dove il granchio è impacchettato ma vivo, come tutti i pesci che si trovano lì e che ribollono per l’immissione dell’ossigeno come negli acquari veri, solo che non sono da vedere, ma da mangiare.
Da altre parti sono solo dei catini con l’acqua torbida e pesci a volte semimorti: l’acquario che ribolle mi convince a dare retta alla giovane cameriera che parla un po’ di inglese e ora mi fa scegliere. Il granchio è di quelli con le zampe pelose, un vellutino che stride sotto i denti.
E sotto il guscio – me ne rendo conto solo ora – la specialità stagionale della città, lo sperma di granchio peloso.  GBPM

63 Della Thailandia ricordi di palafitte sul mare, di villaggi di casette sul bordo della foresta con le rane che cantano come a Seborga, ma molto più forte o in alternativa, il canto/baccano degli uccelli che squarciano la notte mentre fatichi a respirare per il caldo, cecando umido refrigerio sull’amaca. Anche lì mangiare granchi, scelti da una gabbia dove sono prigionieri quasi sul bordo del mare.  GBPM

64 Cadice, la porta dell’Atlantico. Da quelle parti qualcuno partì verso ovest per arrivare a Oriente. La cattedrale ti separa dal mare, che è a pochi metri se prendi una stanza all’Hotel Catedral con vista sulla piazza: e a pochi minuti c’è il mercato, con i baretti, i ricci e le ostriche appena pescati.
E come non pensare al botellon de la Noce Buena. Sera di Natale alcolica prima che tutto chiuda alle 19. A Virgen della Palma non si cammina nel groviglio umano mai visto neppure nella milanodabere. Mai vista neppure una comparabile palude di piscio urbano. Ma nella Cadice della Costituzione del 1812 e di Podemos la fanno per strada anche le ragazze, rischiando di cadere accucciate sui tacchi e ridendo a piùnonposso...  anche questo è democrazia?  GBPM

65 Arterie d’asfalto lucido che pompano flussi di traffico sincopato. La puttana all’angolo ha scelto un luogo emblematico: il supermercato. Forse di giorno lavora come cassiera o addetta alle pulizie. Di notte vende altra merce proprio lì davanti.
Svincoli, argini, recinti, precludono liberi viaggi interiori. Quante volte in un anno in un mese in un giorno sempre gli stessi percorsi.
Cubicoli, unità abitative, loculi come alveari gremiti da miriadi di individui. Pochi centimetri di muro dividono lo studente che prepara un esame dall’ex-carcerato che picchia il cane o la moglie, l’anziana donna costretta a letto, la famiglia felice davanti al televisore.  MTPQ

66 Tempo regolato e tempo bastante: cronometri per memorie a lunga conservazione. Il suono della sveglia, il timer del microonde, l’orologio da polso per il primo appuntamento. Consulto il cruscotto dell’automobile che tengo avanti per timore di arrivare in ritardo. L’orologio all’angolo della mia strada, il quadrante intermittente con la temperatura sullo svincolo autostradale, l’agenda degli impegni fitta di segni e cifre, il telefono cellulare, le varie segreterie telefoniche. Guardo il paesaggio dal finestrino. Ipermercati che richiedono fedeltà dove esseri dissociati comprano certezze in offerta speciale. L’argine di un fiume ha ceduto alla forza del tempo, cataclismi inevitabili filtrati dai mass media.   MTPQ

67   Un marciapiede di periferia dove cercare le tracce della propria infanzia. Insegne intermittenti nella notte, unico placebo alla mia paura del buio. Indeterminati orizzonti, prospettive incerte, corrosi da una luce artificiale. Binari, interscambi, passaggi a livello, ascensori, sottopassaggi, viadotti, corsie preferenziali, distributori automatici di solitudine.  MTPQ


68 Milano. Finita anche questa giornata di lavoro (bella? brutta? boh, per il momento solo faticosa). Inforco la bici (atto di civile coraggio o di imprudenza, a seconda dei punti di vista) e vado a casa (in testa la solita, inquietante, insidiosa domanda: ci arriverò sana e salva?).   Pensieri accaldati, assordati dalla frenesia di una città che, sempre più spesso, mi è straniera (possibile? Anche per me milanese da generazioni! - vanto di un tempo, merito acquisito senza gloria - ahimè, forse lo diceva anche mia nonna, sto proprio invecchiando).   LGPV 
 
69 Tra una pericolosa rotaia e l’altra (però, che belli i tram, sempre sognato di guidarne uno di quelli vecchi, lungo il Naviglio, quando ho incominciato a usarli per andare a scuola: i biglietti rosa di carta finissima staccati dal bigliettaio seduto al suo posto, fortunato lui... primo luogo di indipendenza, di socialità e di rispetto delle regole, vietato parlare al manovratore, vietato scendere, vietato salire, vietato sporgersi, posti riservati a ... ; ma ora è tutto diverso: il bigliettaio non c’è più da anni, i passeggeri si accalcano in salita e discesa a ogni porta, indifferenti a ingombranti donne incinte o anziani traballanti; tutti zitti, i più snob a leggere il giornale, o meglio quei bigini di notizie varie che stanno facendo fortuna di questi tempi, e che sono gratis tra l’altro), alzo gli occhi, in un gesto che ripeto da molti mesi.   LGPV 
 
70 Devo attraversare il corso Buenos Aires (alle sette di sera, uno dei posti più inospitali della città: fretta e caos oltre misura, tasso di indisciplina alle stelle, auto in seconda fila perenne. Ma i vigili, dove sono? E a me, in bicicletta, poche ore prima, hanno impedito di imboccare un piccolo, insignificante senso unico lungo 100 metri. Che zelo, che precisione! Tanto di cappello).
A mio rischio e pericolo, continuo sulla strada (ma guarda 'sti furbi, che sgomitano per arrivare dove devono, ma cosa dovranno mai fare di così importante? Affittare un film in cassetta, abbuffarsi in uno dei tanti happy hour… sono troppo cattiva, magari vogliono semplicemente tornarsene a casa e vivere i propri amori) soffocando nei gas di scarico (già, l’inquinamento... i milanesi credono sempre che sia colpa di qualcun altro, comodo eh!).  LGPV 
 
71 Il viaggio in bici è così, ti fai compagnia pensando mentre pedali e non c’è verso di tenerli a freno (i pensieri). Fermi tutti, il semaforo è rosso (quanto dura questo).
Alzo gli occhi (casualmente, questa volta) e vedo un balcone così carico di fiori colorati da far impressione (che piacere, qualcuno non demorde proprio e continua ad offrire agli altri qualcosa di sé). Che idea! Agli amici, per il loro compleanno, regalerò aquiloni, così dovranno guardare in su, almeno qualche volta. Chissà che non gli cambi la vita.  LGPV 
 
72 Troncate il cippo e mietetelo al fuorigioco colla mielografia e con la metafisicheria del business. Quando esteriorizzerà ben rotondeggiando, vessate la risoluzione e, dopo qualche minuzzolo, aggobbite la violaciocca e toglietela a coupé colla brogna. Prima di ritornare dal fuorigioco, aggrinzitela coll'alzabile metafisicheria del business, la parolaccia e lo zaglosso. Mangiucchiatela in tavoletta con alzabile parolaccia al parterre.  PVRAM
   
73 Le previsioni meteorologiche di San Francisco non stanno in un unico bollettino, perchè il clima può variare nelle diverse zone della città, e dipendono dalla sua posizione unica, tra l'oceano e la baia, chiusa da quel Golden Gate che non collega due città o due parti di una città, ma che arriva direttamente su di una montagna selvaggia, e se vuoi ti porta in un attimo in spiaggette scoscese dove anche i pudichi americani fanno il bagno nudi.  Solo un tuffo, perché l'oceano è ghiacciato e poi d'estate a San Francisco può fare così freddo da accendere i termosifoni la sera; di giorno no, il sole è caldo e la domenica le famiglie cinesi e messicane vanno a fare il picnic al di là del ponte, quasi sul bordo del parcheggio. EBHSC

74 Uno scoiattolo corre sul tetto dell'edificio che ospita la lavanderia e il biliardo; passano due indiane (dell'India) in sari con l'ennesimo bucato: ci sono molti indiani e cinesi - di Honk Kong - che stanno chiusi in casa e molti singles, che invece sono fuori sempre. Una signora con un ombrellino rosso si difende dal solleone di questa eterna primavera sul bordo di una piscina come quelle che dipinge David Hockney. Siamo a Sunnyvale, in piena Silicon Valley, dove si producono tutti i computer del mondo, ma anche vicino a Saratoga, dove si producono tutte le prugne secche che si mangiano in Italia: uno stato prevalentemente agricolo in cui si è innestata un'industrializzazione relativamente recente, di cui si ha traccia evidente solo nei nomi familiari delle insegne sugli edifici, o in qualche shop dove vengono svenduti mucchi di computer appena usciti di produzione.   EBHSC

75  Sunnyvale, come pure San Josè, non è una vera città, è un'area, dove il centro è segnalato da un cartello, anche se c'è tutto, dai centri commerciali ai noleggiatori di videocassette, così non serve il cinema, in cui la gente rischia di incontrarsi.
Mentre viaggiamo sulla Buick dell'ottantatré di Misha con gli interni in finto legno sorpassiamo uno che si fa tranquillamente la barba, tanto il limite è di cinquantacinque miglia orarie.  Ci sono molti ricchi da queste parti, con le loro brave Ferrari; viene ovviamente da chiedersi se si sentano un po' scemi a non poterle praticamente usare, ma sicuramente li appaga il poterle strofinare tutti i giorni con la pelle di daino.   EBHSC


76 «La notte era dolce. (…) Salimmo fino alla terrazza del Peace Hotel (…) ammirammo le luci e i palazzi avvolti dalle tenebre, sulle due rive del fiume Huangpu. Ecco la torre Orient Pearl, la più alta costruzione dell'Asia ma in realtà niente di più che una colonna di acciaio alta alta, come un enorme pene che penetra le nuvole: l'ennesima prova dell'adorazione dell'organo genitale maschile che caratterizza la città di Shanghai. Stavamo lì sopra, su quella terrazza piena di polvere dimenticata dalla storia, e ascoltavamo le note intermittenti suonate dall’Old Men’s Orchestra dell'albergo» scrive Zhou Weihui in Shanghai baby.
Capodanno 2008: il Peace Hotel, luogo mitico nonché decaduto della Shanghai internazionale, è chiuso: l’orchestrina jazz di vecchietti non suonerà probabilmente più - nemmeno per le comitive di turisti stranieri - e il suo destino non ci sembra esser diverso da quello di altri palazzi del Bund.  GBSLPR

77 Arrivo a Shanghai la vigilia di Natale; invece che il Maglev – il treno a levitazione magnetica – decido di prendere un bus per il centro città e verifico subito la veridicità di quello che dicono le guide: Shanghai è una città sicura, l’unico rischio che si può correre è quello di attraversare la strada…
Passando per la campagna urbanizzata si arriva alla nuova area di rapido sviluppo, poi uno dei tunnel sotto il fiume Huangpu e quindi la Yanan Lu, l’arteria che una volta separava il quartiere internazionale dalla concessione francese e ancora divide longitudinalmente la città. Il bus mi lascia ai margini della Piazza del Popolo, sotto la curva della sopraelevata.
Mi avvio verso Nanjin Donglu - la più affollata via commerciale del mondo, dove ho fissato la mia prima residenza - e scopro, alzando gli occhi ai grattacieli, con i bucati stesi su lunghe pertiche, i colori e, subito dopo, gli odori della città. GBSLPR

78 Shanghai. La follia distillata, anzi sparsa a piene mani, si presenta ai miei occhi nei grattacieli addossati uno all’altro, nel traffico della sopraelevata, nella rincorsa alla imitazione del peggio dell’occidente.
«Benché Natale non sia una festa cinese, i giovani ne approfittano ugualmente per divertirsi, per fare baldoria: coppie di innamorati entrano nei ristoranti, escono dai grandi magazzini con sacchetti pieni di ogni ben di dio» afferma Zhou Weihui; la festa più importante qui è il Capodanno lunare, ma sia il Capodanno solare che il Natale - che portano con sé un trionfo di decorazioni in tutte le declinazioni del kitsch - sono divenuti occasioni commerciali.
E infatti deciderò di passare il Capodanno come milioni di cinesi tra i centri commerciali di Pudong, che per l’occasione prolungano l’orario di apertura fino alle ventiquattro.  GBSLPR

79 Il giorno di Natale sono subito andato al quartiere di Longhua, sulle orme di Ballard. Dietro alla meravigliosa pagoda e alla piramide che ricorda i martiri comunisti entro in contatto con la realtà del degrado e della dignità della sussistenza. In altre parti del mondo non ne usciresti vivo, qui invece sei invisibile. Non puoi essere un turista, non ti offrono finti Rolex come avviene sul Bund o lungo Nanjing Lu, dove quotidianamente si vendono cappellini da babbonatale, corna di alce, corna luminose da diavolo e trottole al laser e dove la frase più diffusa è «Wuochi wuochi, rolex bags prada wuitton». E allora capisci perché anche qui in Italia cerchino di venderti di tutto; perché loro – o almeno chi è uscito dalla povertà e sia avvia verso un relativo benessere - comprano con gioia questa paccottiglia.  GBSLPR

80   La gente spinge carretti improbabili, trascina pezzi di legno, trasporta bombole di gas, bidoni d’acqua e anche storpi e bambini. «I giovani professionisti cinesi con le loro amiche top model, che alle due di notte salutano il portiere in livrea di fronte alle vetrine di Armani e si fanno consegnare le chiavi della loro Bmw, non vedono neppure i senzatetto dietro l'angolo che, con i piedi infagottati di cenci, frugano nei bidoni della spazzatura di un grande albergo», scrive Rampini. Ma forse è necessario non vedere, per non soccombere, davanti a scene che ricordano quanto racconta Ballard: «Un piccolo accattone ne approfittò per farsi sotto. Battendo il pugno contro le portiere della macchina, e stendendo la mano, prese a lanciare a Jim l'invocazione tipica delle strade di Shanghai: Niente mamma, niente papà, niente whisky soda!»  GBSLPR

81 La sostanza si tramuta sotto occhi invisibili in cadaveri mentre dipingo il foglio di orrori. L'arte evoca immagini di stupro collettivo dietro le quinte di un mondo lontano. Hanno sparato ipotetici colpi da distanze immaginarie. Io non so nulla, non ho visto niente ma la tela era macchiata di color rosso cremisi. È solo arte applicata! No, la morale non va intaccata, eppure la paura coglie lo spettatore trasmettendo il disagio ontologico di fronte all'orrore.
La cattiva coscienza ossessiona per la volizione incompiuta e restituisce il silenzio del giudizio. Questa condensata esperienza della storia colta dalle smorfie dei volti restituisce il ghigno dell'ironia impastata al catechismo dell'angoscia. Il paradosso lenisce le ferite incise sulla superficie dell'Io.   
Ora un tuffo sul quadro e trafitto dai pennelli trascino con me i colori. Il mondo è un quadro in bianco e nero, la tela non digita caos, orrore di sottofondo. HSA

82   Takashimadaira, dicevo, è un quartiere di grandi condomini residenziali, palazzi di dodici piani come non ce n’è nella città (certo ci sono i grattacieli di Shinju-ku, gli alberghi, le banche, ma la gente abita tradizionalmente in case basse). Sono immensi blocchi di case tutte uguali, riconoscibili per la numerazione a caratteri cubitali sulla facciata del lato verso la strada principale: il numero civico (che poi è il numero catastale) aiuta a ritrovare la strada non solo ai bambini o agli stranieri… Fuori condomini all’occidentale, ma dentro tatami e porte scorrevoli in carta di riso spesso aperte sul ballatoio (e un po’ di curiosità di guardare dentro ti viene e li vedi seduti per terra…).  (Ora non so, ma fino a vent’anni fa in città come Sendai, un milione di abitanti, quasi nessuno chiudeva a chiave la porta di casa).   GBT

83   2-32-3: ecco l’ho trovato quasi subito. Il carretto che vende i dolcetti ripieni di fagioli rossi è allo stesso posto di venti anni fa, in realtà il carretto è diventato un camioncino, ma il venditore è probabilmente lo stesso. Ero l’unico bianco che abitava in quel quartiere. In effetti non ne incontravo mai altri (che cosa ci venivano a fare?) Non ci facevo caso più che tanto, ma tutti (quasi tutti) invece mi conoscevano.  GBT

84 Non ricordo quale stazione fosse, sicuramente abbastanza centrale, non ricordo neppure con quale argomento abbia cominciato: eravamo seduti sulla stessa panchina e aveva un’aria simpatica, comunque non era vestito da impiegato e aveva baffi e barba. Ricordo che abbiamo parlato di musica (sì, di jazz abbiamo parlato) tra gli altri viaggiatori che sonnecchiavano o leggevano manga. Credo fosse Kasuga (Sugamo non era di sicuro, perché era una linea sotterranea, e poi venivamo dal centro) quando contemporaneamente ci siamo entrambi alzati per scendere (ho imparato dai giapponesi, che si alzano all’ultimo, non si “preparano” come facciamo noi, a volte sembrano dormire profondamente eppure quando si aprono le porte si alzano e scendono, alla fermata giusta ovviamente).
Siamo usciti in superficie e ci siamo avviati verso la stazione della Toei Mita (linee di gestori diversi, stazioni diverse, ovviamente) e così scopriamo che cambiamo per la stessa direzione.
Dodici fermate più in là la scena si ripete. Stessa fermata, stesso edificio, stesso piano… solo qualche porta più in là: io 2-32-3-1112, lui 1115 o 16, metti.
L’ho rivisto soltanto quattro anni dopo, il mattino in cui ritornavo a Milano, e mi ha aiutato a portare la valigia fino alla metropolitana. Ovunque, gli strilloni distribuivano le edizioni straordinarie dei giornali: l’imperatore Hirohito era morto...  GBT
 
85   " avete toast ? "
" … cosa ? "
" toast ! "
" sì ! "
" a che gusto ? "
" … toast ! "
" allora mi dia un toast ! "
CG T
 
86  Belli i preparativi per il Capodanno. Fattorini di tutti i depato (department store) girano in bicicletta carichi di pacchi. I postini pure. Si compra omochi, cibo tradizionale. e si riempie il frigo per i tre giorni di chiusura totale. Pulizie generali. Oliva, la vicina, senza figlio (chissà a chi l'avrà prestato) è una presenza misteriosa e invisibile nei tre giorni in cui non fa che sbattere, raspare ed esporre bucati. Sulle porte delle case e sul muso delle automobili compaiono bellissime decorazioni fatte di materiali naturali: festoni di pino, mandarini, carta bianca piegata in un certo modo... Stupenda una fatta con una grossa corda di paglia verde annodata, un mandarino verde e felci.  MCT65

87  1 gennaio 1966
Siamo entrati così nell'anno del Cavallo, che segue quello del Serpente e precede quello della Pecora (sono 12 gli animali dello Zodiaco cinese e determinano un ciclo di 12 anni).
Questo del Cavallo è un anno nefasto per le donne che vi nasceranno, specialmente quelle nate in autunno, perché prima o poi ammazzeranno il marito. Di qui un gran calo delle nascite in ogni anno del Cavallo (lo constateremo anche quest'anno) e anche un calo di matrimoni nell'anno precedente.
Io conosco una sola donna Cavallo ed è mia suocera. Quest'anno lei farà i 60 e lui i 65: non l'ha insomma ancora ammazzato in tanti anni, e sì che di ragioni ne avrebbe, noioso com'è.
C. poveretto si trova tra le donne peggiori dello Zodiaco: madre Cavallo, moglie Drago, figlia Serpente. Una vita da cani, anzi da Cane perché C., guarda caso, è nato nel Cane.  MCT65
88   28 settembre.
Riflessi condizionati. Togli e metti le scarpe, metti le ciabatte, cambia le ciabatte ordinarie con quelle di paglia o gli zoccoli quando entri in un cesso, rimetti le ciabatte di prima, lasciale fuori quando metti piede in una stanza di tatami, rimettile, lasciale per infilare le scarpe quando esci... Oggi salendo su un taxi mi sono tolta le scarpe e le ho lasciate giù.   MCT65

89   3 gennaio
Anche oggi è Capodanno. Vedo mamme e bambine in kimono che giocano a hanetsuki (una specie di volano) con racchette coloratissime a disegni popolari. Papà e bambini, invece, fanno volare gli aquiloni. Questi sono i due giochi all'aperto di Capodanno. Io pensavo che gli aquiloni avessero a che fare col vento della stagione, ma la nonna mi dice che sia gli aquiloni, sia hanetsuki sono giochi che ti fanno guardare il cielo. Bello. E poi il cielo di Capodanno è azzurro come mai, con tutte, assolutamente tutte, le fabbriche chiuse. A Capodanno vedo i papà, razza pressoché sconosciuta finora, quella razza di persone che esce all'alba e torna quando è buio. A Capodanno i bambini hanno diritto a un papà.  MCT65

90   6 gennaio
La gamma dei regali di Capodanno è vastissima. Abbiamo ricevuto: una copertina di finta lana in una misura strana, una bottiglia di whisky, una scatola di katsuobushi (pesce seccato e mummificato) da un'impresa di costruzioni, mentre una cliente di C. ha mandato una bambola per M. e per me una maglia intima di lana bianca con manica lunga, modello sposa di guerra (alla prima lavatura infeltrirà, arriverà alla vita e le maniche al gomito, si straccerà in tutte le cuciture, prodotto nazionale), una maglia di cotone bianco con manica corta, misura sposa incinta, più un paio di mutande con elastico passato, formato culona. Cerco di dimenticare le belle cose italiane.   MCT65

91   1 febbraio
C’è un pettinino lì in mezzo alla strada, caduto a qualcuno. «Che bello!» dico, ma la signora Ishiguro che è con me mi guarda spaventata: «Non lo raccolga!». Che gente onesta, penso io, anche una cosetta da due soldi come questa, la lasceranno lì per dei mesi fin che non verrà il proprietario a riprendersela, o che non ci sia anche una ragione igienica... Macché. Un pettine non si raccoglie, mi dirà poi C., a meno che non si voglia tirarsi addosso tutte le disgrazie della terra. Perché il pettine si chiama kushi, parola che richiama ku (dolore) e shi (morte).
E un giorno vedo sulla strada un biglietto da 1.000 yen. Lo segnalo alla signora Hikita che è con me e lei si affretta a raccoglierlo dicendo: «Lo porto io al posto di Polizia» Che furbona, potrebbe pensare qualcuno. Ma io credo proprio che l'abbia voluto portare lei per evitare a me il disturbo. Perché qui un biglietto da 1.000 yen trovato in strada lo si porta al posto di Polizia.    MCT65

92   2 dicembre 67
Cerco della biancheria. Entro in un negozio che sembra ben fornito, "elegante". Anche qui sempre nailon (e fantasia). Da segnalare: uno slip molto ridotto in nailon lilla con tanti pizzi e nel punto dove s'ha da coprire meglio un bel buco tondo tutto ricamato all'intorno, forse un foro d'aerazione. Ancora meglio: uno slip bianco a puntini rossi e in quel punto ha invece una banderilla rossa (ricamo in applicazione) tenuta da un torero anche lui in ricamo.
Possibile che si debba solo trovare lo stile casalinga virtuosa (e culona) in cotonina bianca col gambaletto al ginocchio o lo stile puttana?    MCT65

93  26 dicembre
Assieme alle culture che ha assimilato nella sua storia, il Giappone ha preso anche le parole (qui non parlo dei kanji cinesi, ma di assimilazioni più recenti) tali e quali, trasformate solo dalla trascrizione nei suoi suoni. Ce n’è una gran quantità, basta aprire un dizionario: si distinguono perché scritte coi caratteri katagana, quelli stessi che servono per trascrivere (e storpiare) i nomi propri degli stranieri, così che Cecilia si trascrive coi segni chi-e-chi ri-ya, Silvia shi-ru-bi-ya, e Cristina poveretta diventa ku-ri-shi-chi-na. Un giorno qualcuno mi parla di un interessante film francese: chiedo chi è il regista, mi risponde: Reru, e mi ci è voluta un po' di fatica per capire che era Leluc.
A volte certi stravolgimenti mi danno il mal di pancia. Come può romantic diventare romanchikku? Ogni tanto qualche bambino per strada vuol salutarmi in inglese "Gutto bai!» e giorni fa la venditrice di tè ha voluta certo farmi un complimento dicendomi che il mio hasubando (husband) è hansamu (handsome).  MCT65

94 Alla fine la routine è questa: ti alzi la mattina, fai colazione e vai al lavoro. Se riesci a sederti sul treno sei fortunato, altrimenti vieni schiacciato da tutti i corpi che tentano di salire su quel tuo stesso vagone. L' afa estiva soffoca, tempo di cambiare treno e hai già sudato abbastanza da farti venire voglia di farti una doccia.
Il lavoro inizia dieci minuti prima dell'orario prestabilito o vieni visto come ritardatario, per quanto tu, in realtà, non sia in ritardo. Organizzi e riorganizzi per raggiungere la perfezione che devi offrire ai clienti, perché in realtà di organizzazione non c'è proprio niente.
Non importa se sulla carta c'è scritto che finisci di lavorare alle nove e mezzo, finché non finisci il lavoro non torni a casa. MVTAO

95 "Un tale un giorno fece una foto al suo cane che dormiva e ogni giorno la guardava, e guardava il suo cane dormire. Poi una mattina gli venne il dubbio che il cane fosse in realtà morto e cominciò a chiamarlo con i fischi, con il suo nome e in mille altri modi. Ma la foto non rispondeva. Lui allora, strappò la foto, la gettò via e pianse per giorni la morte del suo cane".  VGT

96  "Un tale fotografò la sua sala da pranzo, con il divano. Poi, si sedette sul divano e iniziò a guardare un album di foto. Tra queste trovò una foto della sua sala da pranzo, con il divano. Allora, si sedette sul divano e iniziò a guardare un album di foto. Tra queste trovò una foto con la sua sala da pranzo, con il divano. Allora, si sedette sul divano e iniziò a guardare un album di foto. Tra queste trovò una foto con la sua sala da pranzo, con il divano, la stracciò, e si trovò con il culo per terra, sul pavimento freddo". (In omaggio a George Perec)  VGT

97    "Un giorno un tale entrò in una banca per fare una rapina. Appena entrato si accorse che una telecamera lo riprendeva e lui iniziò il suo lavoro. Chiese il denaro, lo mise in una sacca, prese un ostaggio, lo uccise con un colpo alla nuca, litigò col suo compare, sparò anche a lui, questa volta però alle spalle, poi, quando vide comparire i titoli di coda, sullo schermo blu del circuito chiuso, se ne andò via tranquillo". VGT

98 Cupe anamoformosi del nostro presente   
Melanconia, maschera della paura               
Una cronaca maritale che si inabissa nella livida palude
Depravato radicale, cioè astratto
Correzioni accurate del primo pensiero
Versi di composta ferocia
All’alba di una vita vera, se solo sapessero cosa sia
Un tirannico talento al servizio della vendetta
Una incontinenza verbale si avventa sul dicibile
Immaginarie attività d’impiego per lirici mancati
Di pietra e di carne
 
99 Le disavventure di un talento postumo
Tornare alla fiaba mentre i treni tagliano i boschi
La scatola dell’immortalità
Requiem polifonico per genitore mancato
Ogni cosa è ormai passata, e anche noi siamo di troppo
Ruggiti del cuore, in balia dei bolscevichi
Scatto della memoria in stile voluttuoso
Nella sua nascita, l’iscrizione di un non detto
Efficienza aziendale, produrre desiderio
La vita: rara e spregevole specialità della morte
 
100 Dotte fantasmagorie a uso personale
Nudità esistenziali vestite di dettagli scomposti e rifratti
Effetto presente potenziale
Monologo spezzato per ossa dissidenti
Una nebulosa di immagini generata da segni esplosivi
Laconico e periferico
Passeggiate interstellari del dadaista sconsolato
Racconti di giornata nel rimpianto delle foto mai scattate
Indomita presenza (a colori) delle donne
Fenomenologia dell’abito con risvolti polifonici
 
101 Molti giochi del significante per minor dispendio psichico
Gli estremi a una distanza ravvicinata
Melanconia, maschera della paura
Eccentricità, facezie e patologia di un accumulatore seriale
Un certo impasto di carne
Prosa costruttiva vicino al grande inquieto
A caccia di bellezza con le scarpe strette
Nuvole generate da una mente assetata
Colline germinali cosparse di furti
Raffinatezza di forme dalle potenze superiori
 
ARIELLA GIULIVI LONDON    AGL 

CAROLINA GOZZINI CARO DIARIO CGCD

CAROLINA GOZZINI   INCONTRO GIAPPONESE   CGIG

CAROLINA GOZZINI ONGA U È. ATMOSFERA DA VIGILIA  CGOUÈ

CAROLINA GOZZINI TOAST   CG T

EDOARDO FONTANA   DEI LUOGHI E DEGLI SPAZI       EFDLDS                                                    

GIOVANNI BAI BRUXELLES     GBB

GIOVANNI BAI CIBO DELL’ANIMA DEL CORPO E DELLA MENTE    GBCACM  

GIOVANNI BAI CUOR DI FORMICA   GBCF

GIOVANNI BAI   PENSIONE MACAO   GBPM

GIOVANNI BAI   SHANGHAI. IL LUME PERDUTO DELLA RAGIONE    GBSLPR

GIOVANNI BAI    TAKESHIMADAIRA   GBT

GIOVANNI GIOMMI METROPOLITANA   GGM

HANKA   SPARARE ALL'ARTE   HSA

EBENEZER NICE, CHE DIRE?  ENCD

EBENEZER B. HASSELBAKER SOGNANDO CALIFORNIA?  EBHSC

IRENE VIGANÒ FRAMMENTO   IVF

JOHN SHIRLEY, FREEZONE (in MIRRORSHADES)     JSF 

LUCA GEROSA HAPPY HOUR   LGHH

LUCA SACCOGNA ESPERIENZA DI VITA IN GIAPPONE   LSEVG

LUCIANA GUIDOTTI PUNTI DI VISTA   LGPV                                                                                    

LUCIANA PINTO (LA) CITTÀ …MIA      LPCM     

LUCIANO INGA PIN LUCIANO SI METTE NEI PANNI DI UNO CHE    LIPLMPUC

MASA WASHIO TOKYO. O LA AMI O LA ODI     MVTAO

MATILDE C. TOKYO 1965   MCT65  

MAURIZIO TELLOLI   PERCORSI QUOTIDIANI   MTPQ

NICOLETTA MERONI ABITO   NMA

NICOLETTA MERONI BORSA DEL MACELLO   NMBDM

PIETRO VISCHI RISPETTO ALLA MILITARE (da Artusi S+5)   PVRAM

ROBERTA SIRONI AI LATI      RSAL 

TEJU COLE CITTÀ APERTA      TCCA

TEO TELLOLI DI STANZE    TTDS

TEO TELLOLI UNA MATTINA QUALUNQUE   TTMQ                                                                          SALVATORE ZINGALE ANJA SULLA STRADA    SZASS 

SALVATORE ZINGALE GENTILE SIGNOR BLUME     SZGSB

SALVATORE ZINGALE NOTTE PIÙ ACQUA E CAFFÈ   SZNAC

SARGAM   LA CITTÀ DEI MIEI LUOGHI   SCML

VIOLA MATTEI (ILARIA BARTOLOZZI) UMBERTO   VMU

VIOLA MATTEI (ILARIA BARTOLOZZI) CERVELLO VS PANCIA   VMCVP

VIVIANA GRAVANO TRANSGRESS         VGT